Il counselor nell’incontro con il cliente prepara, custodisce e preserva un tempo e uno spazio nei quali l’altro possa raccontarsi ed esplorare ciò che lo interpella nella massima libertà. La cura degli aspetti pratici e lo sguardo verso la propria attuale interiorità, permette al counselor biografico di creare un setting che favorisca la massima qualità nella relazione con l’altro. Relazione che risulta asimmetrica, ma nella quale il counselor non sottrae potere al cliente, ma ne promuove anzi la massima espressione. E’ nell’esercizio consapevole di un potere mite, responsivo e responsabile, per usare alcune delle parole più care ad Ivo Lizzola, che riposa la possibilità di creare un percorso da fare insieme che permetta al cliente di attingere alle proprie risorse e potenzialità nella ricerca del cambiamento e della trasformazione. Nell’ambito del setting esterno, il counselor focalizza l’attenzione sul tempo con sguardo attento rispetto alla puntualità, al presidiare la durata del colloquio e del percorso. La condivisione e il rispetto di questi fattori permettere al cliente di utilizzare come desidera il suo tempo, e contribuiscono a creare uno spazio protetto, sicuro e libero. L’esplicitazione di un confine, seppur temporale, è una regola che permette ad entrambi di sentirsi comodi, di avere uno spazio-tempo davanti libero e ampio ma con un orizzonte prestabilito, in termini di tempo, che sia il counselor e che il cliente vedono e onorano. Il confine, sia esso materiale che emotivo, permette alle parole e alle emozioni di rieccheggiare, di trasmettere quei rimandi che amplificano il sentire e l’auto-consapevolezza della persona che si va narrando. Il counselor biografico assume senz’altro il ruolo di custode e sorvegliante della "bolla spazio-temporale" che insieme costruiscono con il procedere dell’incontro. Custodire significa fare oggetto di responsabile vigilanza, sorvegliare, conservare con cura ma anche mantenere, nutrire e riguardare. Quando definiamo un counselor come custode del tempo, significa che gli viene affidato il compito di curare e porre la massima attenzione non solo allo scorrere del tempo, ma alla qualità del tempo che il professionista offre. La custodia e la sorveglianza escludono a priori il possesso della cosa che ci viene chiesto di preservare. Essere custodi del tempo dell’incontro ha un significato profondamente etico: mi prendo cura di questo spazio e tempo che tu cliente ti dedichi per lasciarti la massima libertà di usarlo come meglio credi, per favorire l’esercizio massimo del tuo potere personale, per creare le condizioni migliori alla ricerca di ciò che più desideri. Non si tratta solo di una attenta vigilanza: il counselor biografico offre un tempo di qualità, traducendolo in un ascolto di qualità. Riempie l’incontro di una presenza prossima ma delicata, su quella soglia che il cliente sente come sicura, come dolce invito all’apertura, come un leggero bussare che permette sia la risposta che il silenzio. Aprire nuovi spazi, fornire sguardi diversi, accompagnare l’altro in territori incerti e sconosciuti rappresentano la cura attiva del tempo, il tentativo di trasformazione di minuti che passano in movimenti interni, ricerche e sondaggi di sentieri poco chiari. Prendersi cura del tempo è senz’altro un prendersi in carico sia la persona che la qualità e la preziosità dell’incontro. Per stare nel tempo del cliente, nel suo qui e ora è necessario sentire il ritmo delle parole e dei silenzi, è necessario sintonizzarsi sulla sua frequenza per non accelerare o rallentare il processo interiore che si sta mano a mano dispiegando. Il ritmo e il tempo delle parole pronunciate e delle emozioni che ne scaturiscono, contribuiscono, qualora riusciamo a captarli e rispettarli, a creare un’alleanza e un sentirsi vicini e presenti l’uno all’altro. La fiducia e l’accettazione incondizionata che vorremmo far percepire all’altro che ci chiama all’ascolto, muove sempre i primi passi da questa sintonizzazione, come un primo fondamentale segnale di presenza di qualità da parte del counselor che il cliente può sperimentare. Nell’ascolto il counselor si mette in sintonia con il qui e ora del cliente, che non sempre corrisponde al presente. Si definisce presente perché ciò che il cliente racconta, che sia un ricordo del passato o una immagine del futuro, diventa presente in quell’attimo dentro di lui, nelle sue emozioni, nelle sue parole e quindi vive e respira qui, ora nello spazio e nel tempo dell’ascolto fra la persona e chi l’ascolta. Nel qui e ora è racchiuso tutto il tempo. Ora in questo preciso istante incarniamo tracce del nostro passato e custodiamo il germoglio del nostro futuro. Lo spazio del presente viene definito inesistente dalla fisica quantistica: come può esistere una cosa che sta in mezzo a ciò che non è più e ciò che ha ancora da essere? Per noi invece è una dimensione di passaggio, un movimento che parte dal passato e che spesso ha come direzione il futuro. Quel qui e ora è la soglia, un ponte invisibile e inesistente, perché nel momento in cui ne parliamo è già altro, un breve e preziosissimo attimo di aurora fra passato e futuro. Ma è nel presente che viviamo, che facciamo esperienza di noi, degli altri e della vita. È sulla quella soglia sottilissima che stiamo in equilibrio. Un presente abitato, una traccia di risonanze, un movimento che tentiamo di fermare con la speranza di catturare emozioni e vissuti che inevitabilmente scorrono, si trasformano, evolvono e si liberano nel momento stesso in cui noi proviamo a guardarlo e raccontarlo. Perché come ci insegna Aristotele “la vita è nel movimento”. La cura e la custodia del tempo per un counselor biografico è un processo che comincia ben prima dell’incontro vero e proprio col cliente. Presuppone la disponibilità del professionista di lasciarsi attraversare dall’esperienza del proprio tempo, di portare attraverso parole cordiali (che vengono dal cuore) una testimonianza di consapevolezza, di sguardo dentro e di congruenza che possono rischiarare la soglia sulla quale si incontrano counselor e cliente. Per mantenere pulito lo spazio e il tempo dell’incontro, il counselor ha bisogno di sentirsi, di ascoltare quello che dentro si muove e quello che viene sollecitato dal cliente con la sua narrazione per riposizionarsi, per togliere dal piatto quello che è personale e lasciare uno spazio custodito e libero nel quale l’altro possa muoversi o so-stare in piena libertà. Il presente liquido nel quale siamo immersi è probabilmente il periodo con l’accelerazione più potente che si sia mai vissuto. Inutile negare che siamo tutti impegnati in infinite attività, veloci e frammentate, sempre in procinto di fare e di passare da un presente all’altro con l’unico scopo di eliminare o comprimere gli intervalli, le sospensioni. Non vi è più il “tra”, il tempo di mezzo, quel tempo lento, vuoto che se da un lato può creare ansia e disagio dall’altro permette di so-stare. Nel suo ruolo di custode, il counselor biografico prepara il terreno fertile per questo tempo intermedio, per offrire un intervallo alla velocità, per permettere l’esperienza dell’indugiare. Il filosofo coreano Byung Chul Han riflettendo sul profumo del tempo arriva alla conclusione che “siamo sempre meno animali sulla soglia, sempre meno “uomini dell’attesa”, sempre meno uomini capaci di indugiare sulle cose, afferrandone il profumo per custodirlo nei ricordi.” Nel significato dell’indugiare (deriva da In- ducere condurre dentro, rientrare e definito dal dizionario tardare, mettere tempo in mezzo, soffermarsi, trattenersi) che trova ragione la cura e la custodia del tempo per un counselor biografico. Preparare e offrire all’altro un intervallo, un “tra”, uno spazio di mezzo in cui possa fermarsi, in cui nulla sia azione, ma contempl-azione, in cui attardarsi senza obiettivi da raggiungere se non assaporarsi, ascoltarsi, respirarsi. “La lentezza è una nuova forma di resistenza – afferma Luis Sepulveda – in un mondo dove tutto è troppo veloce. E dove il potere più grande è quello di decidere che cosa fare del proprio tempo”. Riscoprire la lentezza è quindi condizione indispensabile per esplorarsi, per cercare quel filo che ci guida o che ci ha guidato, per scoprire significati nuovi e diversi, per intravedere nella penombra. La creazione di uno spazio-tempo vuoto e inutile nel senso più intimo della parola è quanto di più impegnativo si possa immaginare. Contrariamente a quanto l’apparenza ci suggerisce, la preparazione di questa piccola scintilla di sospensione lenta ha bisogno di una cura calda, continua e sollecita che il professionista deve rivolgere in primis a sè e alla sua interiorità, per poi travasarla e lasciarla risuonare nello spazio dell’incontro. La cura del tempo, di un tempo contemplativo, di un tempo che concede tempo è quindi una cura attiva, un pre-occuparsi, una responsabilità che il counselor biografico abbraccia e incarna per generare per sé e per l’altro spazi di libertà e ricerca, privi di certezze ma ricchi di presenza e di essere.